La Meglio Gioventù

Mi rivolgo specialmente alle giovani lettrici e ai giovani lettori di VuèSentì. Voglio mostrarvi qualche fotografia di come la mia generazione organizzava il proprio tempo libero, i nostri modi di concepire la propria vita. In quel periodo tutti quelli della mia generazione facevano di tutto e di più, con pochissimi soldi peraltro. 

Qualcuno potrebbe pensare ecco quell’antichissimo  Matusalemme di falanga che ci rompe i cabasisi con le sue storie di tempi passati.  E invece non è così. So benissimo di essere un distinto anzianissimo signore, ma ho sempre pensato che generalmente la vita dovrebbe migliorare in continuazione, chessò, penso ai  progressi fatti nell’ultimo secolo nel campo della medicina, sono stati fantastici e ne abbiamo usufruito tutti. La qualità della vita invece NO, non è migliorata per nulla, anzi, è colata a picco, è diventata barbarie, una schifezza. Non venitemi a dire che una situazione del genere è inesorabile; ci sono altre regole che presiedono a questo disastro.

Ve le traduco con un antichissimo proverbio napoletano che è perfetto, eccolo qui: “Quante cchiù ciucce sì ttù, cchiù dottore songh’io” “Quanto più asino (nel senso di sprovveduto, di ignorante) sei tu, tanto più io sono dottore (nel senso di acculturato ed esperto nel fare quello che mi pare)”.

Detto con altre parole i grandi burattinai sono felicissimi pensando a come siano stati bravi nel far diventare l’umanità contemporanea, una poltiglia informe di ciucci  cloroformizzati.

Terminata il mio solita noiosissimo pistolotto iniziale, eccovi qui delle foto nelle quale sono descritti, a proposito dell’allora nostro tempo libero, due Giri d’Italia, il primo  in autostop e il secondo in Lambretta, fatti insieme all’amico fratello Flower Umberto, oltre tutto la prima tromba jazz di Bari. Suonavamo tutti e due nella Southern Jazz Band.

Qualche nota tecnica sul mezzo e sull’abbigliamento. Il mezzo era una lambretta 125 terza effe, con pedale di avviamento perpendicolare all’asse della lambretta stessa. Tre marce, Poveretta doveva sostenere il carico di Umberto, il mio, uno zaino pesantissimo di Umberto e una zaino pesantissimo mio di me. La sua media, così carica, era di circa diciotto chilometri l’ora. Spesso si ingrippava, nel senso che si surriscaldava e il motore si bloccava. Noi ci fermavamo, aspettavamo un’oretta per far raffreddare l’accrocco e poi si ripartiva, Caschi, non se ne parlava, gli zaini erano surplus americani della Seconda Guerra Mondiale Abbiamo percorso tutta l’adriatica, tutto l’arco alpino partendo da Bressanone fino a Saint Vincent, tutta la tirrenica fino a tornarcene a casa a Bari.

Ma eccovi qui le fotografie, a dimostrazione di quello che abbiamo fatto. Ovviamente con pochissimi soldi in tasca. Pensate che l’olio per la miscela (benzina + olio) ce lo portavamo da Bari in un paio di fiaschi. Che cosa abbiamo combinato ad Alassio, ve lo racconterò un’altra volta. Che cosa ha combinato Umberto a Bressanone ve lo racconterò un’altra volta, vi anticipo solo che ha schiantato un lavandino allagando tutto l’albergo per stranissime ragioni, non  volute da lui. 

Ciò che abbiamo fatto io e Flower Umberto è poca cosa. Pensate, un giorno, un gruppo di vespisti baresi andò direttamente senza soste a Copenaghen a bersi un caffè per poi subito dopo tornarsene a Bari, ovviamente senza soste. E poi il mito di tutti noi, il carissimo Raffaele Cassitto, medico, che, da solo in lambretta, raggiunse il Circolo Polare Artico, e l’anno dopo,  con altri due amici fece Bari / Calcutta e ritorno.     

Nelle prime tre foto il nostro giro d’Italia in autostop. Nella quarta foto la nostra mitica lambretta  Nella quinta, sesta e settima foto il mio fratello Flower Umberto ed io. Nell’ultima foto, in tutto il nostro splendore in giacca e cravatta, reduci dal giro d’Italia, sul molto Sant’Antonio di Bari. Ringrazio Flower Umberto per le fotografie. Per concludere, cosa che non guasta, eravamo due magnifici fighettoni. Avevamo una sola giacca ma sapevamo come e quando usarla nelle grandi occasioni. Dimenticavo di dirvi che non eravamo figli di ricchi, papà mio, era un  impiegato statale, lo straordinario  papà di Umberto era un tecnico dell’attuale Enel.
franz falanga


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