A proposito del dialetto barese

Una tranquilla discussione sul dialetto barese, per quello che so, stando inoltre a mille chilometri di distanza dalla mia città, più che un terreno fertile di conoscenza è uno sterminato campo di battaglia. Cercherò di spiegarmi il meglio possibile. Tutti i dialetti appartengono ad epoche antichissime caratterizzate, nella maggior parte dei casi, dalla non esistenza  di leggi e rifugi sicuri per la navigazione fra le frasi e le parole.
Innanzi tutto non esistono due dialetti uguali, già a distanza anche inferiore ad un chilometro tutti i dialetto mutano in maniera addirittura inesplicabile. 
Vediamo un po’ alcune caratteristiche dei dialetti, la grammatica, la pronunzia, la scrittura, le regole di sintassi e quant’altro. Prendiamo ad esempio il dialetto barese.
Prima di iniziare a cercare di parlare su un argomento così spinoso e così controverso, vi propongo di procurarvi un qualsiasi brano scritto in barese e di farlo leggere a una persona qualunque, ovviamente barese anch’essa. La prima cosa che noterete è che nessuno è in grado di leggere una sequenza di parole e frasi dialettali a prima vista. Deve prima leggersele fra sé e sé, poi cercare di capirne rapidamente il significato per poi finalmente provare a leggere fluentemente. Insisto nel dire che vi accorgerete che quasi nessuno è in grado di leggere con immediatezza.
Questo accade perchè non esiste una ed una sola ed unica grammatica, una sola ed unica maniera di scrivere, una sola ed unica totalità di segni ed una sola ed unica uguaglianza di suoni.
Purtroppo invece accade che ogni persona che si interessi al proprio dialetto è convinta di essere la depositaria della verità per cui un atteggiamento del genere porta a lotte fratricide, a incomprensioni, a comportamenti  arroganti, a spocchie e ad altre spiacevolissime maniere dello stare insieme.
Prendiamo un esempio del dialetto barese. A parere mio l’unica certezza nella struttura di questo nostro nobile dialetto è la “e” muta. La “e” si pronunzia quando è accentata e non si pronunzia quando non è accentata. Per esempio “u vine”. Ma eccolo qui  la domanda monstre:  la e muta non si pronunzia abbiamo detto e quindi si dovrebbe dire “u vin” oppure la “e” muta, ancorchè muta ha un suo suono? Certo che sì, questo suono somiglia molto alla e finale in francese, per esempio musique, che si legge, come tutti sanno miusìche, solo che la “muta”, sebbene muta,  ha un suo suono gutturale che esce e muore in gola. Una spiegazione del genere è quanto mai velleitaria, per cui la prima cosa di cui sono convintissimo è che un manualetto sulla maniera corretta di pronunziare le parole del dialetto barese non ha senso se non è corredato di un CD nel quale ascoltare le varie sonorità, perché di sonorità si tratta.
C’è poi il problema infinito del “come” si scrive il dialetto barese, fatto un numero, per esempio cento, ci saranno cento maniere di diverse di scrivere le parole e le frasi dialettali, con buona pace di tutti quelli che si credono i depositari della verità.

Potrei continuare all’infinito, ma non vorrei annoiarvi più di tanto. Vi ringrazio e vi lascio con una mia ultima considerazione: è impossibile, da secoli e secoli che due persone si trovino in accordo su tutto il sistema dialetto, quale esso sia. Con buona pace dei ferventi  ed illustri pensatori che credono di stare dalla vera parte della verità. In questo campo la verità non esiste, e le lotte fratricide non  portano a nulla.  Donde ne nasce che, solo parlandone con pacatezza  e competenza si porterebbe a casa qualche sia pur piccolo risultato, anziché odiarsi a morte e detestarsi in maniera sanguinolenta. Su tutto, ahimè, aleggia la convinzione che non si arriverà mai ad una stesura definitiva delle regole. Questo è quanto. E, come si dice in barese, “Cazze non nge ne vòlene!”  
franz falanga